Come confrontare la qualità d’immagine di fotocamere diverse

Ho deciso di scrivere questo articolo, molto tecnico, ma spero abbastanza comprensibile, per chiarire i criteri da seguire per un confronto corretto tra le varie fotocamere e fra sensori di diverse dimensioni. Infatti anche su molti siti internet che effettuano test e review di fotocamere spesso queste condizioni non sono rispettate e si fa confusione fra i vari concetti in gioco.
Una delle domande che viene rivolta più spesso dagli amici a chi si interessa di fotografia ed ha la fama di “esperto” è: quale fotocamera produce la migliore qualità d’immagine? Oppure: quale fra queste due fotocamere produce immagini di migliore qualità?


E’ una domanda a cui è difficile, se non impossibile dare una risposta. Infatti è vero che i singoli parametri che solitamente contribuiscono alla qualità d’immagine, nitidezza, contrasto, gamma dnamica, resa dei colori, profodità di campo, qualità dello sfuocato (buckeh), rumore, distorsione, aberrazioni cromatiche,vignettatura, ecc., possono essere isurate, ma è il peso che a ciascuno di essi viene dato per valutare la qualità di un’immagine che è estremamente soggettivo e può essere valutato unicamente dal fotografo che scatta la foto o da chi la guarda.
C’è poi da premettere che molte immagini per essere valide e colpire l’attenzione dell’osservatore non hanno necessariamente bisogno di grande qualità pensate a certe istantanee famosissime di Cartier Bresson o di Capa o anche a tante immagini colte al volo che riproducono un attimo irripetibile o una situazione particolare. Invece altre immagini beneficiano notevolmente di una buona qualità, ad esempio le foto di paesaggio, di architettura, le macro, ecc..
Si deve poi considerare la soglia minima di qualità accettata da ciascuno: questa è estremamente soggettiva. Per fare un esempio con la musica c’è chi è perfettamente soddisfatto di ascoltare la musica in formato mp3, cosa che io trovo assolutamente abominevole in confronto all’ascolto di un LP analogico. Allo stesso modo c’è chi è perfettamente soddisfatto delle foto che ottiene con un cellulare e chi non si accontenta di una DSLR fullframe.
In ogni caso è possibile effettuare dei confronti fra immagini ottenute con fotocamere diverse e soprattutto con sensori di diverse dimensioni, ma si deve stabilire qual è il modo corretto di procedere per effettuare questi confronti. Ci sono ad esempio coloro che si limitano a confrontare le immagini ingrandite al 100 % fianco a fianco sullo schermo del computer. Questi confrontano in realtà non le immagini, ma i relativi pixel e questa metoidologia può portare a conclusioni sbagliate e fuorvianti.
In relatà un confronto corretto dovrebbe essere effettuato fra immagini “equivalenti”. Equivalenti non significa uguali, ma che hanno in comune alcune caratteristiche e alcuni parametri. Queste caratteristiche sono 6 e precisamente:
– uguale prospettiva (cioè uguale distanza fra il punto di ripresa e il soggetto)
– uguale angolo di ripresa dell’obiettivo (se il rapporto fra le dimensioni del formato è lo stesso questo vuol dire anche uguale inquadratura, se è diverso, ad es. 3:2 per le DSLR e 4:3 per le “4/3 e per le compatte, l’inquadratura è leggermente diversa, ma queste differenze che possono variare fra il 4 e l’8 % possono essere trascurate)
– uguale tempo di scatto
– uguale profondità di campo
– uguale esposizione apparente (cioè le foto devono essere tutte esposte correttamente, ma questo non significa che devono essere scattate con lo stesso valore di diaframma, f/stop).
– l’ouput dovrà essere lo stesso, cioè le dimensioni dell’immagine visualizzata dovranno essere le stesse.

Vedremo in seguito le conseguenze se si usano sensori con numero di pixel differente. Pe adesso si ipotizza che tutti i sensori abbiano lo stesso numero di Mpx, ad esemipo 12, cosa vera e verificata sia per le compatte sia per le reflex.
I diversi formati di sensore utilizzati nelle attuali fotocamere digitali si differenziano notevolmente nelle dimensioni: Le compatte usano sensori molto piccoli, generalmete da 1/2,5 con dimensioni di 5,75×4,32 mm e dagonale di 7,19 mm o da 1/1,8, 7,18×5,32 mm e diagonale di 8,94 mm. Le reflex APS o DX hanno un formato di 23,5×15,6 mm e diagonale di 28,21 mm (Canon però ha 22,3×14,9 mm e diagonale di 26,82 mm), quelle 4/3 hanno un sensore di dimensioni 18×13,5 mm e una diagonale di 22,5 mm, le fullframe o FX hanno le classiche misure del fotogramma a pellicola, 36×24 mm e diagonale di 43,27 mm. Come si vede le differenze sono notevoli. Di conseguenza a parità di focale di un obiettivo (ammesso che copra il formato più grande) l’angolo di ripresa visto dai diversi sensori è notevolmente diverso. Quest’angolo dipende dalle dimensioni del sensore e può essere rapportato alla lunghezza della sua diagonale. Quindi per rapportare i relativi angoli di ripresa (o di campo) degli obiettivi in funzione del formato dei sensori si usa il noto fattore moltiplicativo (o di “crop”). Ad esempio un obiettivo di focale 50 mm, per il fullframe considerato “normale” perchè ha un angolo di campo di circa 50°, simile a quello di visione dell’occhio umano, per una reflex APS equivale ad un 75 mm (80 per Canon) con un angolo di campo di circa 30°. In questo caso il fattore moltiplicativo (FM) è 1,5 (1,6 per Canon) su una 4/3 equivale a un 100 mm (FM di 2), per una compatta con sensore da 1/2,5 equivale ad un 300 mm (FM 6). Quindi per avere foto “equivalenti” si devono usare obiettivi di lunghezza focale diversa per i diversi formati dei sensori. Il fattore moltiplicativo (FM) equivale al rapporto fra le diagonali del sensore.
Per quanto riguarda l’equivalenza degli scatti a livello di tempo di esposizione non dovrebbero esserci dubbi.
E’ necessario invece approfondire il concetto di equivalenza a livello di profondità di campo: questa è una quantità soggettiva che dipende dall’ingrandimento della foto, dalla distanza dalla quale si osserva e dal potere risolvente dell’occhio umano. Per determinarla ci si basa sul cosiddetto “circolo di confusione” cioè un circolo sul fotogramma al limite della risolvenza dell’occhio umano: se un dettaglio è più piccolo l’occhio non riesce a distinguerlo e quindi tutti i particolari più minuti di questo circolo risultano ugualmente a fuoco (anche se in realtà non lo sono perchè solo il piano di messa a fuoco lo è). Esistono delle formule matematiche per calcolare la profondità di campo in funzione dell’obiettivo usato e dell’apertura del diaframma, ma è opportuno precisare un concetto fondamentale. La profondità di campo dipende dal diametro fisico dell’apertura del diaframma (dal diametro del “buco” che si vede guardando frontalmente l’obiettivo) e non dal valore f/stop impostato. Questo infatti risulta dal rapporto fra la lunghezza focale dell’obiettivo e il diametro della lente frontale e può essere quindi uguale per obiettivi di lunghezza focale differente, mentre il diametro, cioè l’apertura, del diaframma è diversa. Ad esempio un obiettivo da 80 mm a f/8 ha un’apertura di 10 mm, mentre un 50 mm a f/8 ha un’apertura di 6,2 mm e un 24 mm a f/8 ha un’apertura di solo 3 mm. Ne consegue che, poichè la profondità di campo dipende dall’apertura e non dal valore f/stop, per avere la stessa profondità di campo due foto ottenute da sensori di diverse dimensioni devono essere scattate con diversi valori f/stop, quindi quella scattata con il sensore più grande deve essere scattata con un valore f/stop più grande . Il rapporto fra i valori di f/stop da usare con sensori di diverse dimensioni per ottenere la stessa profondità di campo varia allo stesso modo della lunghezza focale equivalente, cioè si può usare lo stesso valore di fattore moltiplicativo (FM). E’ però più facile esprimere questo valore in f/stop, approssimando questi fattori ad 1/3 di f/stop perchè differenze inferiori non sono significative. Quindi la differenza fra APS o DX e fullframe o FX è di 1 e 1/3 f/stop, fra FX e 4/3 è di 2 f/stop e fra Fx e 1/2,5 di 6 f/stop. In conclusione per ottenere foto con la stessa profondità di campo da una compatta 1/2,5, una reflex 4/3, una APS e una fulframe si deve scattare rispettivamente con un valore f/stop di ad esempio rispettivamente di 2,8, 11, 18 e 22. Questo comporta che l’apertura del diaframma usato (il suo diametro) sarà lo stesso, ma il fattore f/stop sarà diverso, in funzione della diversa lunghezza focale utilizzata. Il fotogramma riceverà, durante l’esposizione, la stessa quantità di luce, ma ovviamente questa si spanderà su tutto il sensore e quindi il sensore più grande riceverà meno luce per unità di superficie. Qualcuno potrà obiettare cjhe chiudendo il diaframma a valori molto alti (f/22) le foto con il sensore più grande saranno degradate dalla maggire diffrazione, ma in realtà ciò non è vero perchè la degradazione prodotta dalla diffrazione è inversamente proporzionale alle dimensioni dei pixel e quindi il sensore più grande, avendo, a parità di numero, pixel più grandi la subirà per valori di diaframma più alti. Al contrario, chiudendo il diaframma si eliminano tutti quei difetti imputabili in alcuni casi agli obiettivi per fullframe, in particolare grandangoli, quali la vignettatura e la minor nitidezza ai bordi.
A questo punto ci si chiederà come è possibile mantenere la stessa esposizione apparente, cioè esporre correttamente il fotogramma, nei vari casi. Ovviamente l’unica possibilità è quella di aumentare in proporzionale la sensibilità dei sensori più grandi rispetto a quelli più piccoli. Così nel nostro esempio su per il sensore da 1/2,5 si esporrà per una sensibilità di 100 Iso per quello da 4/3 occorreranno 1600 iso, per l’APS 4000 iso e per il fullframe 6400 Iso. Il rapporto fra le sensibilità da utilizzare è espresso dallo stesso fattore moltimlicativo FM visto precedentemente
Il rumore prodotto da un sensore dipende, a parità di tecnologia e di generazione, dalle dimensioni dei suoi pixel e dalla sensibilità a cui viene utilizzato, quindi il rumore prodotto nelle foto scattate con i sensori più grandi, a parità di numero di pixel e di tecnologia, in queste condizioni sarà lo stesso. Il sensore più grande perde in questo caso il vantaggio di produrre minor rumore. Queste sono le condizioni da rispettare per scattare foto”equivalenti” con sensori di diverso formato.
Ma allora perchè si dovrebbero usare sensori più grandi (fullframe) e perchè si dice che le reflex, con sensori più grandi delle compatte, producono minor rumore?
In realtà quelle illustrate sono le condizioni necessarie per scattare foto “equivalenti”, ma in pratica spesso, anzi direi quasi sempre, non si lavora così.
Con un sensore più grande è possibile modificare alcuni dei parametri di scatto e quindi scambiare ad esempio profondità di campo col rumore, oppure tempo di scatto con rumore.
Nel caso in cui non serva una grandissima profondità di campo, come quella prodotta SEMPRE dalle compatte, ma anzi si voglia isolare il soggetto dallo sfondo, oppure si fotografi un soggetto lontano (all’infinito o oltre la cosiddetta distanza iperfocale, al di là della quale tutto è a fuoco) con una reflex fullframe (o anche APS) si potrà aprire il diaframma e ridurre la sensibilità usata. Lo stesso si potrà fare aumentando il tempo di scatto quando la luce presente garantisce comunque un tempo adeguato per evitare il mosso o si usa una macchina con stabilizzatore (indifferentemente sul sensore o sull’obiettivo). In questo modo si utilizzerà una sensibilità più bassa, ottenendo foto con valori di rumore inferiori a quelli di una fotocamera con sensore più piccolo. In pratica normalmente si lavora così perchè nella realtà non sono molti i casi in cui si vuole tutto a fuoco, tranne alcune eccezioni come le foto di architettura. In questi casi, se non c’è molta luce,  si dovrà usare un treppiede.
Con una compatta invece non sarà mai possibile ottenere gli stessi risultati perchè si dovrebbero usare valori di f/stop che non sono disponibili (la compatta con f/stop più basso, f/2.0, è la Panasonic LX3). Ad es con una fullframe si potrebbe usare un obiettivo f/2,8: per ottenere la stessa stessa stretta profondità di campo che questo consente una compatta dovrebbe poter lavorare con un f/stop di 0,37 che non esiste. Ancora peggio se si usasse un obiettivo f/1,4, disponibile per fullframe e APS. Con una compatta si avrà quindi sempre, a parità di focale equivalente, una grande profondità di campo. Per qualcuno questo potrebbe anche essere un vantaggio, ma normalmente non è così ed è meglio disporre della flessibilità che ci può consentire di scegliere come scattare al meglio una foto.

Naturalmente la qualità finale ottenibile da una fotocamera resta sempre soggettiva perchè ciascuno darà un peso differente ai vari parametri che la compongono in funzione delle sue valutazioni e del suo modo di fotografare. Si dovranno poi considerare molti altri fattori quali il peso, l’ingombro, l’ergonomia, la qualità e vastità del parco di ottiche disponibili ed il prezzo.
Queste considerazioni, come ho detto, sono valide se l’output prodotto dai vari sensori ha le stesse dimensioni, cioè se hanno gli stessi pixel. Ma come comportarsi per confrontare foto prodotte con sensori con numero di pixel diverso e quindi di dimensioni diverse se confrontate sul computer al 100 %. In questo caso l’unica possibilità concreta ed obiettiva per poter confrontare le foto è quella di ridimensionare le foto scattate con il sensore con meno pixel almeno al valore del sensore con il numero maggiore di pixel o, in alternativa, ridimensionare tutte le foto ad un valore di pixel superiore a tutti, corrispondente a quello di una stampa di grandi dimensioni per la quale si vuol valutare la qualità. In questo modo si potrà avere una valutazione obiettiva ed indipendente dal numero di pixel e dalle dimensioni del sensore, della qualità delle foto prodotte, come fa DXOMark, standardizzando le dimensioni dell’output per le sue valutazioni. Ridurre invece il numero di pixel del sensore con il numero più alto a quelle del sensore con meno pixel sarebbe scorretto (anche se nei miei articoli l’ho fatto) perchè farebbe perdere dei dettagli presenti in quello con più pixel a favore dell’altro.
Infine vorrei sfatare il mito che un sensore più grande, fullframe, richieda obiettivi migliori di uno più piccolo, APS. In realtà è vero il contrario. Infatti una fotocamera con sensore APS deve avere un obiettivo con una risolvenza 1,5 volte superiore per compensare il fatto che il sensore e di conseguenza i pixel sono più piccoli ed una 4/3 deve avere una risoluzione circa doppia (in realtà un po’ meno per il differente rapporto dimensionale dei formati). Basta in realtà farsi un semplice conto per capirlo: un sensore da 12 Mpx formato 3:2 ha 4288 pixel sul lato più lungo. Se è fullframe questo sarà di 36 mm e quindi si avranno 4288/36=120 pixel per millimetro, corrispondenti a 60 linee/mm, una risoluzione che la maggior parte degli obiettivi non ha difficoltà a raggiungere. Per un sensore APS i valori sono invece 4288/23,5=182 pixel per millimetro, corrispondenti a 91 linee/mm, risoluzione che solo i migliori obiettivi raggiungono. Per il formato 4/3 i valori sono 4288/18=238, cioè 119 linee/mm, il doppio di una fullframe. Si deve inoltre considerare che la curva di trasmissione della luce (MTF) che indica la capacità di un obiettivo di differenziare i valori di intensità di luce fra due punti adiacenti, uno bianco ed uno nero, varia al variare delle dimensioni dei punti, calando e quindi differnziando di meno i punti, al diminuire delle loro dimensioni, cioè come si dice all’aumentare della frequenza spaziale di utilizzo. Ciò spiega perchè, per gli obiettivi che possono essere utilizzati sia su fulframe che su APS, i migliori risultati si ottengono sulle fullframe. E’ verò che con le APS si sfrutta solo la parte centrale del cerchio di copertura dell’obiettivo, che da risultati migliori, ma qusto non basta a compensare la necessità di maggior risoluzione se non in casi particolari come per il Nikon 70-200/2,8 VR ottimizzato in particolare per l’APS (vedi il test di DPReviw a confronto con l’equivalente Canon). Per i grandangoli potrebbe esseci qualche problema di maggior vignettatura e distorsione ai diaframmi più aperti, ma come abbiamo visto con una fulframe è possibile scattare foto equivalenti con diaframmi più chiusi, minimizzando questi fenomeni.
Mi rendo conto che questo articolo è pesante e difficile e non dice nemmeno tutto quello che ci sarebbe da dire per esaurire l’argomento, ma era una premessa necessaria per un corretto confronto fra le diverse fotocamere e ringrazio chi ha avuto la pazienza di leggerlo fino in fondo.

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21 pensieri riguardo “Come confrontare la qualità d’immagine di fotocamere diverse”

  1. Complimenti, ottimo articolo derivato da profonda cultura in materia. Fortunatamente tutti questi numeri, tutte queste considerazioni e precisazioni non servono per fare una foto che rimanga nella memoria.

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    1. Grazie.
      Condivido la tua osservazione sul fatto che la conoscenza dei dettagli della tecnologia fotografica non sempre siano necessari per fare una bella foto: prima di tutto ci vuole sensibilità artistica e la capacità di “vedere” la foto prima di scattarla. In molti casi però la conoscenza di quello che si può ottenere dal proprio strumento di lavoro è importante: ad esempio la capacità di scegliere la giusta profondità di campo per una foto può fare la differenza tra una bella foto, in cui il soggetto è messo in evidenza sullo sfondo ed una foto confusa in cui non si distingue qual è il soggetto; potrei mostrare degli esempi in proposito e forse lo farò. In altri casi è invece fondamentale avere una grande profondità di campo, per esempio in molte foto di paesaggio (ma non sempre). Altrettanto importante può essere i controllo del rumore o del mosso. Per questo ho voluto mettere in evidenza che le fotocamere fulframe, a differenza delle compatte, permettono di controllare questi parametri e di scegliere di volta in volta quelli più appropriati per la foto che si vuole fare.
      Secondo me è importante conoscere le regole che permettono di ottenere una buona foto e poi scegliere di segurle o men, consapevolmente però, a seconda del risultato che si vuole raggiungere.

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  2. Verissimo complienti ancora, non é vero che per fare una buona foto può non importare le conoscenze tecniche poichè l’uso appropriato dgli strumenti sono indispensabili in ripresa ma ancor più nell’esecuzione della stampa. Insomma molte persone fanno ottimi scatti per combinazione, la conoscenza fa fare ottimi scatti sempre.
    Inoltre ritengo che la cultura, di qualunque genere, sia molto importante nella vita.

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  3. Visto pochi minuti fa questa sua lettera,devo ammettere per caso,ma dopo le prime righe mi sono ritrovato in quello che le dice e condivido.
    Oggi le “fotografie” come dovrebbero chiamarsi addirittura non si fanno più attraverso la macchina ma in post produzione con Photoshop.
    Sono d’accordo con lei quando afferma che bisogna conoscere profondamente quello che si tra le mani per ottenere il massimo.
    Però d’altro canto non si fa in tempo a conoscere la macchina che si ha appena acquistato e portare a casa risultati buoni che ecco che spunta la macchina nuova.
    In elettronica le innovazioni, non sono a mio parere, come quando uscivano le novità in analogico, sono molto più profonde. (Non SEMPRE)
    Un ultima cosa e chiaro per fare una buona foto non occorrono mezzi stratosferici ma occorre saper racchiudere ,fermare in un rettangolo un attimo.
    Oggi però si corre il rischio che la fotografia svanisca tra i meandri dell’informatica e non serva guardare attraverso il mirino ma attraverso un monitor di Computer.
    Mi scuso per la mia lungaggine un Saluto e complimenti ancora per l’articolo.
    Un fotoamatore stanco

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  4. Virginio,
    condivido in pieno le tue affermazioni (permettimi il tu, ma in rete sono abituato così).
    Ci sono molti purtroppo che pensano che per fare una buona foto sia necessario avere una fotocamera tecnologicamente migliore di quella che hanno tra le mani. Questo agli occhi di molti giustifica i risultati scarsi. In realtà non è così: certamente per fare certe foto specialistiche, come quelle sportive, il mezzo tecnico è determinante, ma per fare una buona foto no!
    L’importante è se si ha qualcosa da dire.
    Grazie per i complimenti.
    Francesco

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  5. Francesco,
    vorrei smentirti ma non sono sicuro: devo rivedere le formule matematiche e temo che, molto semplicemente, non ci siano sufficienti dati a disposizione. Provo ad elencarti i miei pareri a caldo, ma verificherò:

    Punto 1: le dimensioni del circolo di confusione cambiano se cambia la dimensione dei pixels. Se riduci le dimensioni a un decimo (pixels, sensore, ottica) mantenendo identiche tutte le proporzioni, ottieni esattamente la stessa profondità di campo alla stessa apertura (f-stop), distanza dall’oggetto, etc…

    Punto 2: due ottiche diverse non sono mai paragonabili, a meno di approssimazioni esagerate nel calcolo. Per confrontare la profondità di campo di due ottiche zoom, il calcolo più semplice che mi viene in mente è il calcolo degli elementi finiti. Le ottiche zoom per il cinema sono corredate di un libretto dei parametri di partenza per calcolare le profondità di campo

    Punto 3: le limitazioni dei sensori piccoli sono il rumore, le tolleranze di fabbricazione delle ottiche, le lunghezze d’onda della luce. L’ottica di un sensore piccolo difficilmente potrà arrivare ad aperture piccole (oltre f8 o f11, per esempio) senza un decadimento drastico della qualità dell’immagine. Di conseguenza è nell’interesse dei produttori fare in modo che la PDC di una compatta a f2.8 sia maggiore di quella di una reflex: la compatta ha semplicemente una flessibilità di gran lunga inferiore di una reflex e il produttore deve giocare con l’ottica per trovare un compromesso spostando la gamma della PDC di una compatta in un range accettabile per l’utente medio

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    1. Simone,
      parto dal punto : le limitazioni dei sensori piccoli sono dovute anche al piccolo diametro del diaframma che fa intervenire fenomeni di diffrazione che deteriorano la qualità d’immagine. f/8 di una fullframe ha un diametro molto superiore a f/8 di una compatta e così per ogni apertura. La PDC difende direttamente dal diametro fisico del diaframma per cui nelle compatte è maggiore che nelle APS o fullframe per questo motivo, e su questo, cioè sulle leggi dell’ottica, i produttori non possono far nulla se non accettarle. Per calcolare il diaframma a cui si avrà la stessa PDC per una compatta e per una fullframe ad esempio si utilizza il fattore di equivalenza usato anche per la lunghezza focale degli obiettivi. Così la PDC a f/2,8 di una compatta con sensore 1/2,33 o simile equivale a quella di una fullframe a f/22 o una APS a f/16.
      Punto 1: dalla risposta al punto 3 discende che non è così.
      Punto 2. anche per gli obiettivi fotografici ci sono tabelle o comodi calcolatori online (una volta la PDC era riportata sul barilotto per gli obiettivi fissi).
      Ciao, Francesco

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      1. Francesco,
        le tue considerazioni sono vere se monti la stessa ottica su sensori di diverse dimensioni, fatto possibile soltanto tra reflex 35mm e apsc compatibili: in quel caso i calcoli funzionano con buona approssimazione perché il sensore apsc sfrutta la parte centrale di un’ottica creata per un sensore di dimensioni maggiori. Parlo di approssimazione perché nella realtà cambiano le relazioni tra la distanza focale e il punto nodale, che entra nel calcolo del PDC.

        Se nel calcolo della profondità di campo metti a denominatore il diametro maggiore di apertura di una reflex a parità di f-stop, a numeratore devi mettere il diametro minore del cerchio di confusione di una compatta, e i due differenziali si annullano a vicenda.

        Il punto 1 è logica spicciola: nel calcolo della profondità di campo, a parità di scena, se tutti gli altri valori (f-stop, dimensioni del sensore, dimensioni dell’ottica) mantengono le stesse relazioni tra loro, la PDC non cambia.

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        1. Simone, la PDC cambia in funzione delle dimensioni del sensore o pellicola. Era così con la pellicola fra 35 mm, 6×6, 6×9, e grandi formati (9×12, 12×18, 18×24 cm) ed è cos’ per i sensori. Basta fare una prova. Nel calcolo comunque non si deve considerare l’f/stop, ma il diametro effettivo del diaframma, che è diverso per lo stesso f/stop in funzione della grandezza del sensore.
          Ciao, Francesco

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      2. E un’altra cosa per confermare quanto dici e che avevo sbagliato in pieno: a parità di lunghezza focale comparata e apertura, la profondità di campo non dipende per niente dall’ottica, ma soltanto dal rapporto tra la scena e le dimensioni del sensore.

        Quindi non può esistere un’ottica che fornisce una PDC diversa a parità di sensore.

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        1. Simone, a parità di sensore un grandangolo offre una PDC maggiore di un tele ma, come tu dici, tutto dipende dal rapporto tra la scena e le dimensioni del sensore e aggiungerei dalla distanza del soggetto. Se ritagli e ingrandisci la foto fatta col grandangolo alle stesse dimensioni di quella del tele la PDC è la stessa come tu dici.
          Ciao, Francesco

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      3. Grazie Francesco,
        adesso mi è chiaro: ho specificato “a parità di lunghezza focale e apertura”.
        Devo dire che prima di pestare la testa contro questo articolo i concetti dell’ottica mi erano poco chiari.

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  6. PS: ho letto numerose dimostrazioni della tua tesi in internet. Mi sento una mosca bianca perché, secondo me, sbagliano tutte negli assunti: estendono il concetto che vale per la stessa ottica utilizzata su full-frame vs apsc alle compatte. Ma le compatte non utilizzano la stessa ottica delle full-frame o delle apsc.

    Nei prossimi giorni rivedrò i miei libri di matematica e forse mi sentirò un idiota. Al momento però i tuoi conti non mi tornano.

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    1. Simone,
      se hai una reflex e una compatta a disposizione fai prima a fare una prova pratica. Ricorda che da Galileo in poi la scienza è basata sulla sperimentazione, dalla quale si deducono poi le teorie e non viceversa.
      Ciao, Francesco

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      1. Appena arriva la hs10 faccio un confronto con una eos500d: se fosse come dici, a 28mm (35mm equivalenti) la PDC ad apertura f2.8 della hs10 dovrebbe equivalere alla PDC ad apertura f16 della eos500d.

        Faccio alcune foto e te le mando: potrebbe essere un ottimo esercizio. 🙂

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  7. Parlando di confronti, vorrei sapere se da qualche parte trovo una prova tra analogico e digitale, a parita di soggetto, sensibilita’, distanza focale, apertura e tempo. Mi piacerebbe conoscere le differenze, a parita’ di formato, del risultato in stampa.

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    1. Alessandro,
      a che io sappia non ci sono prove di confronto fra foto su pellicola e digitali, se non un articolo del 2006 di Ken Rockwell in cui parlava di foto fatte con Nikon D70 e D200 e con pellicole piane 4×5″. Un suo altro articolo del 2014 fa un confronto un po’ ironico fra fotografo digitale e analogico.
      In realtà un confronto del genere è molto difficile, se non impossibile, in quanto sono troppi i parametri in gioco. Per l’analogico prima di tutto la pellicola: quale? In bianconero? A colori? Dia o negativo? Di quale sensibilità? Per quale luce? Diurna o artificiale? Con quale filtro di correzione per il bilanciamento del bianco? Poi il trattamento: quale? Fatto da chi? Poi la stampa: con che apparecchiatura? Su che carta? Con quale trattamento? Senza poi considerare la qualità dell’obiettivo.
      Molte di queste cose valgono anche per il digitale: quale fotocamera e di conseguenza quale sensore e di che tipo? Di quali dimensioni? Quale formato di foto: jpeg o raw? Quale software per la conversione raw? Quale impostazione per i parametri per colore, nitidezza, saturazione, bilanciamento del bianco e riduzione di rumore? Poi con che tipo di stampa: a getto d’inchiostro, a sublimazione o fotografica? Con quale profilo colore? Anche qui poi si deve considerare la qualità dell’obiettivo.
      Insomma variando alcuni di questi parametri si possono ottenere risultati molto diversi e non approdare a nessuna conclusione.

      Comunque quello che si può dire è che negli ultimi tempi la qualità della fotografia digitale ha eguagliato e in alcuni casi anche superato quella della foto su pellicola. Questo però se si rimane nel campo dei formati di uso comune, per la pellicola il 35 mm ed al massimo il 120. Se si considera la fotografia con pellicole piane su fotocamere a banco ottico 4×5″ o anche più grandi ancora non c’è paragone per risoluzione e gamma dinamica e tonale.
      Ciao, Francesco

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  8. Giustissimo. Se avessi riflettuto un po di piu avrei evitato di sollevare la questione. Non ho nostalgia dell’analogico, anche se ogni tanto lo utilizzo ancora, e’ tanto piu comodo impostare P e lasciar fare ma mi manca la prova di stampa o di proiettare una Dia per poi poter scieglere cosa stampare. Pur utilizzando monitor ad alta definizione quello che vedo sullo schermo non mi soddisfa mai. Quindi non stampo piu niente, nonostante le richieste di familiari di “veder le foto”.

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    1. Alessandro,
      anche io di solito non stampo le foto, anche se in realtà sarebbe bene farlo, magari facendo stampare dei fotolibri, annuali o per evento o avvenimento, come ricordo più duraturo dei bit su disco.
      Per il confronto pellicola-digitale sto pensando che se Pentax finalmente mi manderà la K-1 in prova potrei tentare di fare qualcosa. Ho una Pentax MZ5n che dovrebbe supportare gli attuali obiettivi AF Pentax e ho qualche obiettivo con innesto K da usare anche sulla K-1. In questo modo potrei usare lo stesso obiettivo per la pellicola e per il digitale, evitando anche problemi di fattori moltiplicativi. Per effettuare il confronto potrei usare una pellicola dia da 100 Iso, per evitare problemi di stampa, e poi fare digitalizzare le foto con uno scanner professionale per potere effettuare un confronto sullo schermo.
      Sto valutando la cosa e non è detto che poi la attui. Comunque fino a che non arriva la K-1 non se ne parla.
      Ciao, Francesco

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  9. Grazie Francesco. Vediamo cosa succede quando disporrai dell’attrezzatura adatta. In effetti, alla luce delle tue risposte, io non avrei mai potuto provarci perche l’ottica della mia digitale non e’ sicuramente all’altezza dell’analogica con la quale fare la prova. Per quanto riguarda la stampa, ho un paio di ritratti, fatti ultimamente, che inviero in laboratorio per testare cosa combino.
    Ciao

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